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Tra techno-doo e didge-olismo

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Rapportarsi con un criterio oggettivante ad uno strumento come il didgeridoo ha delle implicazioni sia per chi insegna che per chi suona, ossia: ci si orienta più verso la funzione e l’efficacia che verso l’auto indagine e l’auto ascolto, il sentire diviene più sensazionale che sentimentale e si agisce più meccanicamente che olisticamente.

Per me la musica è il colore. Non il dipinto.
La mia musica mi permette di dipingere me stesso.”

David Bowie

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole
con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere
ed il suo significato.”

Lev Tolstoj

Impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica
che sullo strumento e suona ciò che la tua anima detta.”

Charlie Parker

La musica esige che prima si guardi dentro se stessi,
poi che si esprima quanto elaborato nella partitura e nell'esecuzione.”

Ennio Morricone

La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno
che incorniciare il silenzio.”

 Miles Davis

 

LA MUSICA NEL NOSTRO NON-TEMPO

Confrontandomi recentemente con un grande maestro Griot1dell’Africa dell’ovest, Sourakhata Dioubate, che conosco e stimo da due decenni, convenivamo entrambi sul fatto che la visione tecnica del mondo e della vita si sia imposta come una delle uniche e più autorevoli voci anche nello studio e nella didattica della musica. Ciò mi ha fatto seriamente pensare, poiché evidentemente le istanze del mondo globalizzato, nel quale tale visione tecnica prolifera, hanno abbattuto confini non solamente territoriali ma anche e soprattutto psichici.

Sia i giovani aborigeni australiani che le recenti generazioni di suonatori di didgeridoo occidentali, sono spesso affascinati da uno studio ipertecnico, virtuoso al limite della performance atletica, ultra veloce, frammentato e segmentato nella capacità e possibilità di espressione. Un fenomeno questo, che concerne il rapporto con tutti gli strumenti musicali, etnici e non. Se fino a pochi anni fa era qualcosa di strano e poco riconducibile alle istanze della musica, assistere a delle gare di didgeridoo, oggi questa sfida a suon di bpm e di tecniche strabilianti sembra essere diventata comune, diffusa e soprattutto culturalmente accettata, anzi persino perseguita. Ma soprattutto, tale approccio performativo pare abbia assunto la valenza sociale di una sorta di discrimine, senza il quale le doti di un musicista vengono meno considerate.

Ho già spiegato in un precedente articolo “Suonando il didgeridoo: significati, emozione, tecnica”, le implicazioni sostanziali di “importare” una qualsiasi cultura musicale di tradizione, senza perlomeno conoscerne il substrato culturale e talvolta persino mitologico, dal punto di vista storico. Sintetizzando, le ripercussioni più importanti di tale lacuna o disinteresse, si risolvono spesso o in uno arido approccio meccanico oppure in un superficiale esotismo new age. Ho anche cercato di spiegare come e perché sia necessario tentare la strada di una terza via, quella dei significati trasversali, al fine di non sterilizzare quanto di profondo c’è dietro lo studio di uno strumento strettamente connesso, nel caso del didgeridoo e di molti altri, a secoli di tradizione.

Qui invece ci terrei a sottolineare come tale visione tecnica sia ormai vissuta in maniera indistinta, nel suo retro-pensiero di fondo, sia nelle stesse culture di tradizione (europee e non) che in quelle moderne occidentali e di come sia necessario trovare una Strada che abbia un Cuore, come direbbe il Don Juan di A scuola dallo stregone2, senza tuttavia perdere la specificità del nostro essere figli dell’Occidente: ossia figli di quella grecità che ci ha donato pragmatismo, pensiero categorico, scienza e techne. Il tutto permeato dal pensiero critico radicale della filosofia, la quale investe di essenza etica tali suddette metodologie.

Prima di ogni altra cosa il pensiero tecnico del nostro mondo del 2020 è il frutto della dimenticanza di tale phileîn (amore) sophía (per la sapienza). Il nostro è un non-tempo liquido3 dove la Storia, grazie anche alla rivoluzione digitale, ha cessato di essere un processo lineare di origine e destinazione, dove ancora trovava spazio una narrazione metá (oltre) physiká (la materia). Finita la ricerca di quell’oltre, che si collocava filosoficamente e spiritualmente al di là della materia, ciò che ci è rimasto rientra solo nell’ordine materiale delle cose. La scienza si è rimessa totalmente alle implicazioni della mera tecnica fine a sé stesa e ciò implica il suo domandarsi esclusivamente nei termini di: cosa è e come funziona tale materia? Come si riproduce, che sensazioni offre? Non in ultimo come trarne un profitto in maniera illimitata e senza vincoli etici? Poiché la mera materia, di limiti etici, non ne necessita. Tradotto in termini politici ed economici questa è, per l’appunto, la visione del globalismo e del neoliberismo: una deregolamentazione totale del mercato in una immensa terra nullius4 priva di identità definite, in cui la risorsa principale è quella umana.

Senza entrare nel merito della questione filosofico/politica/economica, che sottende alla critica al globalismo ed al neoliberismo, la conseguenza immediata nel considerarsi come solo physiká, consiste nel rapportarsi ad ogni ente, incluso sé stesso, come ad un oggetto. Che esso sia di fronte a noi o che siamo noi stessi, si guarda all’umano esattamente come si guarda ad uno smartphone. Noi si cessa di essere e di viversi qui, in prima persona, in virtù del fatto che funzioniamo e facciamo tutto totalmente , in seconda persona! La vita umana, come risorsa da produrre, usare e consumare ad libitum, da essere si è ridotta a funzione. In tale funzionamento, il postulato di oggettività5 scientifico ricade anche sullo stesso postulante: noi guardiamo a noi stessi come fossimo un oggetto nei termini di un progetto, senza una origine, né un fine.

TRA MECCANICA ED OLISMO

Mi sono chiesto lungamente come tale diffusa condizione di fondo si ripercuota sulla musica e sullo studio, così come in ogni campo dello scibile umano e soprattutto mi è stata evidente una discrepanza radicale nello studio del didgeridoo, l’antico strumento a fiato degli aborigeni australiani che suono ed insegno con passione da anni, il quale, per le sue caratteristiche intrinseche, ci impone letteralmente la necessità di una auto indagine ed auto ascolto in prima persona, totalmente soggettivi6. Rapportarsi con un criterio oggettivante ad uno strumento come il didgeridoo ha delle implicazioni sia per chi insegna che per chi suona, ossia: ci si orienta più verso la funzione e l’efficacia che verso l’auto indagine e l’auto ascolto, il sentire diviene più sensazionale che sentimentale e si agisce più meccanicamente che olisticamente.

Vediamo meglio questi tre aspetti nel dettaglio.

  • Uno degli obiettivi della didattica della musica è la riproduzione precisa del suono nei termini di pulizia, chiarezza e padronanza. Quando lo studio è interamente o prevalentemente orientato verso la funzione però, la capacità di auto ascolto sul piano psicofisico complessivo (sensazioni, emozioni, intuizioni e pensiero) viene meno in luogo della mera performatività e dell’efficacia, lì dove questi dovrebbero essere al servizio dell’espressione. Come dicevo, non è raro ascoltare le nuove e soprattutto nuovissime leve del didgeridoo (e di qualsiasi altro strumento), come dei “mostri” di bravura tecnica eppure spesso con grandi lacune espressive, delle quali perlopiù non sono consapevoli. Siamo indubbiamente una generazione che viaggia alla velocità e con l’intensità emotiva di un post su facebook, un video su tiktok, un tweet o una foto su instragram. Viviamo una grandissima risonanza di pancia, tanto fulminea quanto fugace; un accecante fuoco d’artificio che spesso si risolve in una scia che non lascia sapori, quanto brevi ed intense sensazioni.
  • La complessità di tali sensazioni generate è sostanzialmente priva di una narrazione di fondo e del tempo che essa prenderebbe per iniziare a raccontarsi, a svolgersi, ad evolvere e a trovare un suo esito, lasciandoci con un significato. La classica morale della favola, era ciò che rendeva gustosa l’avventura nel bosco -o l’avventura sonora che sia-, e che veniva rievocata ogni volta come un insegnamento prezioso, radicato nel mythos. A meno di non orientarsi verso l’esperienza della trance estatica7, che in sé ha poco o nulla a che vedere con la narrazione, poiché il suo segreto, come dice il buon Franco Battiato, è nel ritmo ossessivo e ripetitivo, possiamo distinguere nel didgeridoo due orientamenti espressivi che corrispondono ad altrettanti modi di intendere il Tempo: quello appunto ritmico ossessivo/dance/trance e quello melodico/armonico/narrativo. Il primo si attiva in modo ciclico, utilizzando principalmente l’elemento ritmico per creare una dimensione spaziale e temporale circolare in cui la mente ed il corpo si possano perdere. Il secondo, più vicino alla cultura aborigena8 integra anche armonia e melodia9 con l’intento di narrarci una storia. In entrambi i casi, se si tratta di rapportarsi ad uno strumento o ad una musica tradizionale, come sottolinea George Lapassade nel suo libro di culto Dallo sciamano al raver10 resta necessario conoscere perlomeno la provenienza del suo ambito storico/culturale, oltre che tecnico e al contempo aggiungo io, è fondamentale indagarne gli elementi di significato trasversali, di cui ho già accennato sopra11.
    È ingenuo anche solo pensare che tali esperienze, che siano esse di trance estatica o meno, siccome intime e personali, oppure non pienamente condivisibili per via del divario culturale, possano essere autogestite ed auto riferite, escludendo un contesto di senso trasversale: lì dove si incontrano all’essenza gli stessi valori di un aborigeno australiano ed una persona occidentale. Altrimenti il rischio sarà quello di ridurre ogni sonorità a mera esperienza sensoriale, un trip edonistico nel quale perdersi senza trovare riferimenti di significazione.
  • L'olismo (dal greco ὅλος hòlos, cioè «totale», «globale») è una posizione teorica (in ambito filosofico e scientifico, contrapposta al riduzionismo), secondo la quale le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue singole componenti, poiché la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore, o comunque differente, delle medesime parti prese singolarmente.
    In riferimento al sistema psicobiologico umano, la teoria olistica si contrappone a quella meccanicistica della vita, per la quale la complessità di tale sistema è analizzabile in maniera frammentata e segmentata, come in settori a compartimenti stagni. Un insegnamento ed uno studio prettamente tecnici al servizio di una funzione, riducono la musica all’articolazione e alla costituzione meccanica di una o più parti del proprio corpo e dello strumento stesso. Tale visione non considera che la musica è una espressione umana d’insieme che ci coinvolge attivamente e contemporaneamente sul piano fisico, emotivo e psicologico.
    Una visione olistica del didgeridoo invece, è tale perché al suo fondo ha una posizione filosofica di riferimento chiara, volta alla trasmissione di una esperienza complessa. Tale è stato l’insegnamento della musica almeno fino alla fine del ‘900, ossia più ed oltre la somma della mera organizzazione dei suoni, dei rumori e dei silenzi nel corso del tempo e nello spazio, la musica è servita e continua ad essere al servizio -come tutta l’Arte del resto-, di un risveglio coscienziale, nei modi e nei tempi del suo specifico linguaggio: quello sonoro/emotivo.

CONCLUSIONI

Personalmente, nei corsi e nelle lezioni di didgeridoo che propongo, il mio intento vocazionale è trasmettere una esperienza di tipo olistico, insegnando a portare il focus verso lo instrumentum corpo/mente, inteso proprio nella sua etimologia, ossia verso ciò che più profondamente istruisce. Per fare ciò mi avvalgo della integrazione di discipline che ho praticato e continuo a praticare da decenni e che lavorano in tal senso: lo yoga, la meditazione e le arti marziali. Poi suggerisco ed incentivo uno studio approfondito degli intervalli armonici e melodici, i quali permettono di incrementare notevolmente le possibilità e le capacità espressive. Inoltre propongo un metodo di auto indagine in prima persona basato sugli assi cartesiani, come molti dei miei allievi ben sanno. Ma questi sono solo i miei personalissimi approcci e non vogliono pretendere di essere una metodologia da seguire ad ogni costo, che ognuno trovi la sua Via che gli corrisponde.

Il mio augurio alle nuove generazioni di suonatori, insegnanti e anche costruttori di didjeridoo è quello di riscoprire, nella propria esperienza, secondo i propri modi, tempi e luoghi, un approccio olistico al nostro amato strumento, senza trascurare solide basi tecniche e sempre mettendole a disposizione di un intento di arte, bellezza, poesia, creatività, conoscenza e perché no, anche di cura.

Un intento umanistico, in ultimo, in un tempo dove l'umanesimo è sempre più una perla rara da custodire con amorevolezza.

...............

NOTE

1 Nella cultura di alcuni popoli dell'Africa Occidentale, il griot (termine francese, che significa bardo) è un poeta e cantore che svolge il ruolo di conservare la tradizione orale degli avi e, in alcuni contesti storici pre-coloniali, aveva anche il ruolo di interprete ed ambasciatore. Fonte Wikipedia.

2 A scuola dallo stregone, un libro di culto sullo sciamanesimo mesoamericano, scritto da Carlos Castaneda nel 1968.

3 Secondo il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman (1925-2017), la società liquida è una concezione sociologica che considera l’esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido e volatile e dove i confini e i riferimenti sociali si perdono. I poteri si allontanano dal controllo delle persone.

4 “È una locuzione latina derivata dal diritto romano che significa letteralmente "terra che non appartiene a nessuno". Viene usata in diritto internazionale per descrivere un territorio che non è mai stato sottoposto alla sovranità di alcuno Stato, oppure sul quale qualsiasi precedente Stato sovrano abbia espressamente o implicitamente rinunciato alla sovranità. La sovranità di tale territorio può essere ottenuta mediante occupazione[2], sebbene in alcuni casi ciò possa configurarsi come violazione di leggi o trattati internazionali”. Fonte Wiki. Interessante notare che tale concetto venne applicato dai coloni anglosassoni nei confronti delle terre aborigene di Australia e che oggi, paradossalmente e in maniera non espressa, è la pratica politica/economica del neoliberismo.

5 Jacques Monod, biologo e filosofo francese, 1910-1976. “Ha pubblicato nel 1970 il celebre Il caso e la necessità. Nel saggio egli illustra le conseguenze filosofiche delle ultime scoperte della biologia molecolare e della genetica in una prospettiva totalmente nuova del rapporto tra il caso e la necessità sotto il profilo ontologico. Per lui la biologia scientifica si è sviluppata basandosi su un "postulato di oggettività" e questo postulato, che costituisce la base di ogni scienza positiva, esclude che i fenomeni della natura possano essere spiegati facendo riferimento a un qualche "progetto" o "fine" intrinseco nella natura, dato che "progetto" e "fine" implicano un dio”. Fonte Wiki.

6 Difatti, l’unico elemento di contatto tra il suonatore ed il didjeridoo è l’appoggio della bocca all’imbocco dello strumento. Tutto il lavoro di esecuzione e riproduzione dei suoni, invisibile, avviene all’interno del corpo del suonatore, per poi venire riverberato ed amplificato nello strumento.

7 La trance estatica differisce dalla trance medianica o sciamanica, proprio in virtù del fatto che mentre nella prima si raggiungono stati modificati di coscienza senza necessariamente che questi siano legati ad una narrazione, nella seconda viene facilitato il contatto con una “multi dimensionalità”, attraverso il cosiddetto viaggio sciamanico.

8 Per il popolo Yolngu di Arnehm Land, lo yidaki è parte del loro intero paesaggio e ambiente fisico e culturale, il quale comprende le persone e gli esseri spirituali che appartengono alla loro terra, al sistema di parentela e alla lingua Yolngu Matha. Esso è collegato alla Legge Yolngu e sostenuto dalla cerimonia, dal canto, dalla danza, dall'arte visiva e dalle storie.

9 In musica, l'armonia consiste nel modificare le note, in termini di intervalli di tono sia simultanei che susseguenti, di arpeggio, di progressione e di struttura generale del brano. Individua e determina la tonalità del brano, le scale in uso e l'utilizzo degli accordi. È uno dei tre elementi costitutivi della musica assieme al ritmo ed alla melodia. Una melodia, frase melodica o linea melodica, nella teoria musicale, è una successione di suoni la cui struttura genera un organismo musicale di senso compiuto. Fonte: Wikipedia.

10 Georges Lapassade, Dallo sciamano al raver. Urra edizioni, 1997.

11 “Un tratto relativamente comune (alla musica techno-transe), è quello di presentare dei “pezzi” costruiti su ritmi, ripetitivi, ossessivi, fatti essi stessi per facilitare nei danzatori l’emergere di uno stato ipnotico. Questo tratto permette di avvicinare i ritmi rave a forme musicali più tradizionali, anch’esse associate a quei ritmi notturni di transe...(ma a differenza di questi) nella techno invece, il canto è assente, e tale assenza di melodia e di parole costituisce un tratto originale della composizione e dell’ascolto techno.” Georges Lapassade, Dallo sciamano al raver, pag. 99.

Immagine di copertina: https://en.technotube.ruhttps://www.bookme.com.au/