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Credit foto: Il Buddha e Angulimala: non detengo i diritti di questa immagine e non trovo l'autore.

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Ancora una volta e con più forza, si è affacciato nel mio cuore un sentimento e nella mia testa l'orrendo pensiero che qualcuno non meriti il dono di questa vita e vada, senza mezzi termini, soppresso.

Mi era già successo più volte ascoltando i deliri di Daniella Weiss, la “nonna mostro” portavoce dei coloni sionisti, creature a metà tra degli zombie e dei redivivi del Ku Klux Klan. Oppure subendo la sete di sangue dei governanti di Israele, dei suoi militari, uomini e donne, che si vantano su Instagram -privi del minimo pudore che persino i nazisti avevano conservato- di quanti bambini hanno ucciso facendogli saltare la testa nei loro safari a Gaza. Sconvolto realizzavo che invece i campi di sterminio del Terzo Reich furono tenuti segreti, camuffati da campi di lavoro fino alla liberazione, in nome di un minimo residuo di coscienza del male, mentre qui oggi, in un contrasto nauseante, i proclami di libertà e giustizia di chi ha subito l'olocausto sono affiancati dalla legittimazione compiaciuta ed irridente dello sterminio di un popolo.

L'orrore però, mi si è imposto guardando il pornografico video dell'orrendo omicidio di Iryna Zarutska. L'orco alle sue spalle, la sua bestiale e congelata spietatezza, lo sprezzo totale per la vita e la dignità umana, lo sguardo stupefatto -terrificante- di quella ragazza che non comprende il cosa ed il perché, e che prima di morire si copre il volto piangendo. E poi l'indifferenza della gente attorno per interminabili minuti, fino a quando il sangue non inonda il pavimento della metro...il mostro sgocciolante che va via, come se nulla fosse. Ecco riaffiorare in me come un leviatano dal fondo oscuro dell'oceano, il peso di tale pensiero, la saturazione di tale sentimento: la subumanizzazione di tale livello dell'umanità non merita la vita, va soppressa, sconfitta, cancellata. Non vi sono ragionamenti e giustificazioni per un tale sotto-livello, né tentennamenti a riguardo, quest'orrore va estirpato come una pianta che restando interrata rischi di infettare tutte le altre con la sua sola, mefitica presenza.

Se mi fosse concessa la linearità di tale sentimento e pensiero, forse e dico forse, mi sentirei al sicuro, protetto dal giubbotto antiproiettile di un'altrettanta orribile seppur sensata conclusione. Ma così non è, e devo fare i conti con un sentimento ed un pensiero altri, che invece che affacciarsi alla soglia del cuore e della mente, sulla superficie d'un oceano ghiacciato, si sono impiantati come aghi nel suo fondale e che da lì, pur restando immobili, impongono a me il Loro ascolto: quel decreto di perdita del diritto alla vita, l'ordine di soppressione del mostro, chi li imporrebbe in ultimo? La cieca furia della padre e della madre di quella povera sventurata? Certo. I genitori che raccolgono i pezzi dei propri figli maciullati dalle bombe nelle buste dell'immondizia? Certo. Io che non riesco a sopportare oltre? Forse. Un Dio che non esiste e che crediamo dare e togliere a seconda del proprio volere? Forse...O più profondamente l'Esistenza che dispone, prima d'ogni bene e d'ogni male, le carte di questo gioco assurdo? E dove finisce, nel gioco eterno dell'esistenza, la soppressione del male? Questa vita, la Vita, ha forse un ultimatum? Si annichilisce il male soppresso? Può ciò che esiste “diventare” niente? Il mostro, il residuo atomico della sua Voscienza in questa vita, percorrerà il suo cammino (evolvendo o involvendo pur sempre tale è il cammino) a prescindere dalla soppressione del suo corpo di dolore? Dove risiede l'essenza ultima del colpevole originario? Siamo, radicalmente, liberi di pensare, agire, fare, volere, potere? Io ed il mostro infine, apparteniamo a noi stessi?

Ventidue anni di buddhismo incarnato sono tanti da sopportare, ma meno del peso di un'esistenza patita nell'ignoranza ed io mi ritrovo ad affidarmi a ciò che il Buddha mi richiede, di convivere con la voce che emana il fetore del più duro samsara e l'altra voce, quella consapevole della prima, la quale profuma in maniera infinitamente debole seppur persistente, di una libertà che mi dispone: quella di continuare ad ascoltare senza riserve la domanda su come restare dunque, buddhisti nell'orrore, senza rifiutare e senza accettare le due voci. E che in ultimo sono la stessa.

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